Fondata a Milano nel 1993 da Leonardo Vigorelli e Grata Somaré, la galleria Dalton Somaré nasce da un percorso di studi antropologici e ricerche sul campo in Africa e Asia. Specializzata in arte africana classica e arte antica indo-buddhista, dal 1999 partecipa alle principali manifestazioni internazionali del settore, consolidando la propria presenza tra Parigi, Bruxelles, Londra e New York. Oggi, sotto la direzione di Tomaso e Gerolamo Vigorelli, prosegue la ricerca e la valorizzazione di opere che uniscono qualità estetica e rilevanza storico-culturale.
Figura Femminile di Antenato
Bembe, Repubblica Democratica del Congo
Fine XIX – inizio XX secolo
Legno, porcellana, 19 cm
Provenienza
Collezione Philippe Sohier (1961 – 2023), Francia
Le statuette Bembe sono entrate relativamente tardi nelle collezioni europee: il primo esempio documentato è stato acquisito nel 1930 dal Musée de l’Homme di Parigi tramite una donazione di Victor Babette. Allo stesso modo, sono comparse comparativamente tardi nella letteratura, in particolare nell’opera di C. Kjersmeier *Centre de Style de la Sculpture nègre africaine*, pubblicata a Parigi nel 1935. William Fagg le ha descritte con efficacia nel catalogo della mostra di Parigi del 1964 *100 Tribus, 100 Chefs d’OEuvre*: «I Bembe devono essere considerati i maestri miniaturisti della scultura lignea africana… e [le statuette] sono spesso di qualità monumentale».
Sebbene scolpite secondo una grande varietà di convenzioni stilistiche, nessuna delle quali può essere associata a centri di produzione chiaramente definiti, le statuette *biteki*, letteralmente “figure scolpite”, venivano distribuite principalmente attraverso Mouyondzi, la capitale della regione Bembe. Lì, una sezione del mercato era tradizionalmente riservata agli scultori e ai venditori di rimedi della medicina tradizionale, e chiunque avesse bisogno di una *biteki* poteva acquistarne una. In termini di funzione, le statuette Bembe rientrano in due categorie. La prima, a cui appartiene la figura in esame, aveva lo scopo di preservare la memoria di un antenato per le generazioni successive e può quindi essere considerata un ritratto convenzionalizzato. La seconda categoria veniva concepita per uno scopo magico-religioso, agendo come ricettacolo di una “forza” che poteva essere di natura magica, politica o terapeutica.
Le effigi degli antenati provenienti dalla regione di Mouyondzi si distinguono per la presenza di una cavità ricettacolo. Questa può essere nascosta all’interno di un elemento a forma di prisma che funge da sedile oppure, come nel presente esemplare, può assumere la forma di un’apertura nella zona anale. Una caratteristica condivisa dalla grande maggioranza delle statuette Bembe è la trama di segni corporei che si estende dal petto all’addome. Queste scarificazioni, così caratteristiche della statuaria Bembe, possono indicare l’identità e lo status sociale dell’individuo rappresentato, oppure possono essere motivi decorativi convenzionali scelti dallo scultore. In effetti, quando agli informatori veniva chiesto di spiegarne il simbolismo, essi affermavano che il loro scopo era semplicemente quello «de faire beau», ovvero rendere bella la figura. Vi sono buone ragioni per ritenere che i segni corporei eseguiti ad alto rilievo abbiano preceduto gli esempi incisi, che sono quindi caratteristici delle statuette più recenti.
La stragrande maggioranza delle figure Bembe raffigura individui in piedi, come esemplificato da questa rappresentazione di un’antenata donna, che è di eccezionale qualità scultorea. Nessun significato simbolico specifico sembra essere associato a queste posture, sebbene in questo caso la posizione delle mani, con i palmi rivolti verso l’alto, potrebbe essere interpretata come un gesto di offerta ai suoi discendenti.
Tamburo a fessura, nedundu
Regione dell’Uele, Repubblica Democratica del Congo nord-orientale
Inizio XX secolo
Legno con patina bruno scuro, 122 x 52 cm
Provenienza
Collezione Monsieur H. (ingegnere agronomo), Francia, acquistato in situ prima del 1950
Successivamente per eredità
Collezione privata francese
Sotheby’s, Parigi, Arts D’Afrique Et D’Océanie, 21 giugno 2017, Lotto 29
Collezione privata, New York
I tamburi a fessura Mangbetu, detti nedundu, occupavano una posizione di rilievo nella vita politica e cerimoniale delle corti Mangbetu. Oltre alla loro funzione musicale, servivano da emblemi di rango e autorità, strettamente associati al sovrano e alla manifestazione pubblica del potere. Come osservato da Herman Burssens, i tamburi a fessura di questo tipo potevano essere donati dai capi Mangbetu ad alti dignitari come strumento d’investitura e di conferimento dell’autorità (Mangbetu: art de cour africain de collections privées belges, 1992, p. 24). Scolpito da un unico, imponente blocco di legno, questo nedundu è un esemplare eccezionale, che si distingue per le dimensioni impressionanti, le raffinate proporzioni scultoree e la patina ricca, di colore bruno scuro. La sua voluminosa cassa di risonanza presenta un profilo fortemente convesso, articolato da una lunga fessura longitudinale lungo la superficie superiore.
L’apertura termina a ciascuna estremità con impugnature squadrate intagliate nel medesimo blocco. Tracce d’usura lungo i bordi della fessura attestano un uso prolungato. La radicale essenzialità della forma, la tensione e l’equilibrio dei contorni, uniti alla presenza monumentale del volume, conferiscono allo strumento un’intrinseca qualità scultorea, caratteristica degli esemplari più compiuti dell’arte di corte Mangbetu. La musica costituiva parte integrante del cerimoniale di corte Mangbetu. Gli ensemble associati al sovrano comprendevano olifanti, doppie campane e tamburi a fessura: strumenti la cui funzione acustica era inscindibile dal loro significato simbolico.
Nel XIX secolo, il nedundu veniva suonato con un battente nell’orchestra della corte reale, ma il suo ruolo andava ben oltre l’esecuzione musicale. Secondo Burssens, il tamburo poteva scandire momenti particolari della vita cerimoniale del capo e veniva fatto risuonare quando questi si recava in visita presso un altro sovrano. Aspetto ancor più significativo, i capi potevano conferire tali strumenti a subordinati di alto rango, concedendo loro un segno visibile e udibile di autorità delegata (Burssens, 1992, p. 24). Le proprietà acustiche di questi strumenti contribuivano direttamente a tale funzione politica. Realizzati con legni eccezionalmente duri, spesso anneriti e accuratamente levigati per ottenere una superficie profonda e lucente, i tamburi a fessura Mangbetu erano in grado di proiettare il proprio suono a grande distanza. La loro peculiare risonanza poteva quindi annunciare l’avvicinarsi di un sovrano o di un dignitario prima ancora del suo arrivo fisico. Il suono stesso diventava così un mezzo attraverso cui comunicare lo status e rendere percepibile l’autorità.
Questa relazione tra forma materiale, resa acustica e significato politico è centrale per comprendere la rilevanza del nedundu. Lo strumento deve di conseguenza essere inteso non semplicemente come un elemento dell’orchestra di corte, ma come un attributo di rango che partecipa alla rappresentazione e alla trasmissione del potere all’interno della società Mangbetu. La sua concezione scultorea altamente raffinata, in cui una forma eccezionalmente essenziale si unisce a un volume consistente e a una straordinaria efficacia acustica, riflette lo stretto legame tra estetica e funzione che caratterizza le arti di corte Mangbetu.
Per la costruzione, le proprietà acustiche e l’esecuzione dei tamburi a fessura Mangbetu, si veda Daniel Bariaux e Didier Demolin, «Naissance de la voix d’un tambour à fente chez les Mangbetu. Du geste de l’artisan à celui du musicien et du danseur», Cahiers de musiques traditionnelles, 8, 1995, 105-114.
Per esemplari simili, si veda Werner Schmalenbach (a cura di), Afrikanische Kunst aus der Sammlung Barbier-Mueller, Genf, Monaco, Prestel, 1988, p. 291, fig. 188, Musée Barbier-Mueller, inv. n. 1026- 144; e Musée du quai Branly – Jacques Chirac, Parigi, inv. n. 71.1903.33.500.
Bibliografia
Bariaux, Daniel, e Didier Demolin. «Naissance de la voix d’un tambour à fente chez les Mangbetu.
Du geste de l’artisan à celui du musicien et du danseur.» Cahiers de musiques traditionnelles 8 (1995): 105-114.
Burssens, Herman. Mangbetu: art de cour africain de collections privées belges. Bruxelles: Kredietbank, 1992.
Schildkrout, Enid, e Curtis A. Keim. African Reflections: Art from Northeastern Zaire. Seattle:
University of Washington Press; New York: American Museum of Natural History, 1990.
Schmalenbach, Werner, ed. Afrikanische Kunst aus der Sammlung Barbier-Mueller, Genf. Monaco: Prestel, 1988.

