Milano

Palazzo Cicogna,
Via San Damiano 2, 20122 Milano

Tel. +39 335 58 94 218

gallery@salamonfineart.com

Stand: 26

Lorenza Salamon

La galleria Salamon nasce da una lunga storia familiare nel mondo dell’arte, iniziata a Torino nel 1950 da Teresa e Ferdinando Salamon e proseguita a Milano dal 1966 con Harry Salamon.
Dal 1986 Lorenza Salamon contribuisce allo sviluppo del percorso della galleria attraverso una continua attività di ricerca e approfondimento, con una particolare specializzazione nella grafica originale dei grandi maestri.
Nel corso degli anni questa esperienza ha dato vita a numerose mostre, pubblicazioni e iniziative culturali dedicate all’incisione antica, moderna e contemporanea, accompagnando collezionisti e appassionati alla scoperta della straordinaria ricchezza delle opere su carta.
A partire dagli anni Novanta, la galleria ha affiancato a questa tradizione una selezione di artisti contemporanei, scelti per la qualità della loro ricerca, la padronanza tecnica e la capacità di confrontarsi con la storia dell’arte attraverso linguaggi personali.
Da questa sensibilità è nato anche un percorso dedicato al rapporto tra arte e natura, sviluppato attraverso collaborazioni con artisti che hanno saputo interpretare il mondo naturale con profondità e originalità, tra cui il lungo sodalizio con il pittore Marzio Tamer.
Nel cuore di Milano, la Galleria Salamon continua il proprio percorso tra passato e presente, accompagnando la ricerca artistica con una costante attenzione alla qualità dei contenuti, alla cura della loro presentazione e alla costruzione di relazioni durature con artisti, collezionisti, studiosi e appassionati.

Marzio Tamer
(Nato a Schio nel 1964)
Wolf in the dark, 2026
Acquerello a dry brush, firmato
cm 91 x 80.

Marzio Tamer (Milano) vive e lavora nella città in cui si è formato. Attivo dagli anni Novanta, è rappresentato da Lorenza Salamon fin dagli inizi della sua carriera.
La sua ricerca si sviluppa attraverso il paesaggio, la natura morta e la rappresentazione del mondo animale. Alla fine degli anni Novanta adotta la tempera all’uovo come tecnica principale, recuperandone una pratica di antica tradizione e reinterpretandola in una pittura di assoluto rigore formale. Alla tempera affianca successivamente l’acquerello, impiegato con la tecnica del dry brush, e la pittura a olio per le opere di maggiori dimensioni.
La sua opera si distingue per una costante ricerca di equilibrio tra osservazione della natura e sintesi compositiva. Animali, oggetti e paesaggi sono restituiti in immagini essenziali, sospese nel tempo, dove precisione tecnica e misura formale concorrono a una visione profondamente personale. Le opere di Marzio Tamer sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private in Europa, UK e negli Stati Uniti.

 

Giorgio Morandi
(Bologna, 20 luglio 1890 – Bologna, 18 giugno 1964)
Natura morta con la caffettiera, 1933
Acquaforte originale, firmata a matita in basso a destra e numerata in basso a sinistra 6/40; Vitali (ed. 1964) n. 99 II/III; matrice mm 390 x 290 foglio mm 382 x 516.

Rara incisione, fra i formati più ampi realizzati da Giorgio Morandi all’acquaforte, appartiene al secondo stato, quello in cui l’artista ripulisce la lastra eliminando le prove di punta. In basso a sinistra il numero 6/40, tiratura indicata da Vitali per questo stato, del primo esistono pochissime prove di stampa, dell’ultimo nessuna tiratura nota. L’esemplare, con ampio margine intonso tutt’intorno dai 60 agli 80 mm è stampato su carta con filigrana “doppio cerchio ovale con la sigla CP”.
Al verso il timbro di provenienza dalla Galleria del Milione, con il riferimento d’archivio 4404/3.
Di questo foglio Lamberto Vitali afferma Singolare contrasto con la maggiore lastra che abbia inciso Morandi: la Grande natura morta con la caffettiera (n. 99) del 1933, tenuta invece su un’ampia gamma di grigi argentei. Nella carriera di un artista esiste un momento in cui tutte le esperienze passate sembrano confluire per dare vita ad opere che le riassumono; per Morandi acquafortista questo momento potrebb’essere fissato nel 1933, proprio alla fine cioè della grande attività incisoria (op. cit. edizione 1964, pag. 20). Il nucleo degli oggetti che compaiono nelle nature morte, bottiglie, vasi, la caffettiera, è lo stesso repertorio che Morandi raccoglie nel proprio studio a partire dal 1914 e che utilizza per oltre cinquant’anni. Qui sta il cuore della sua ossessione: non l’accumulo di soggetti nuovi, ma il ritorno instancabile a un numero limitato di forme, ciascuna riletta e ricomposta all’infinito. La caffettiera che dà il titolo a questo foglio è una presenza ricorrente in tutta la sua produzione, pittorica e grafica, e la sua ripetizione non produce mai un’opera identica alla precedente: ogni composizione sposta leggermente gli oggetti, cambia l’angolo di luce, ridisegna gli spazi vuoti fra le forme.
Vale la pena sottolineare come questa fedeltà a un vocabolario ristretto sia stata spesso letta come un limite dai contemporanei meno attenti, mentre è proprio lì che si gioca la ricerca: la variazione infinita dentro un perimetro dichiaratamente stretto.
Il 1933 non è un anno qualunque nella grafica di Morandi: è il punto più alto di una parabola tecnica che matura per tutti gli anni Venti. All’inizio del decennio l’abilità ormai acquisita gli permette di staccarsi dalla resa oggettiva del soggetto e di avvicinarsi a una trasfigurazione poetica sempre diversa degli stessi motivi. È proprio nelle incisioni del 1933 che la sensibilità morandiana nella resa delle gradazioni tonali tocca il vertice, tanto che diversi studiosi indicano questo gruppo come il momento di massima libertà nel maneggiare il tratteggio, capace di passare da una tessitura serrata e regolare a un andamento più sciolto, quasi cangiante nella resa della luce.
Va anche detto che il 1933 chiude una stagione: da metà decennio in poi l’attività incisoria di Morandi si dirada per la fatica fisica del lavoro sulla lastra, pur restando altissima nella qualità. Colloca quindi questo foglio all’apice di un ciclo: siamo nel punto in cui la tecnica è pienamente posseduta e messa al servizio dell’invenzione.
Il contesto biografico beneficia questa lettura: nel 1930 Morandi ottiene la cattedra di incisione all’Accademia di Bologna, la sua attività espositiva si intensifica su scala internazionale (Carnegie Prize 1929, 1933, 1936; Biennale di Venezia), e il decennio segna la sua consacrazione stabile nelle gerarchie dell’arte italiana. Il 1933 lo trova quindi nel pieno di un riconoscimento maturo.
Morandi arriva all’acquaforte da autodidatta, con Rembrandt come riferimento dichiarato per la resa dei valori tonali attraverso il tratteggio. Il suo metodo si costruisce su un intreccio fittissimo di linee parallele, sovrapposte e incrociate, con cui costruisce il chiaroscuro senza mai ricorrere a mezzitoni sfumati: la luce nasce dalla densità e dalla direzione del segno, non dalla macchia. Come per molti altri grandi della storia dell’arte moderna, anche per Morandi l’incisione precede spesso la pittura, non la segue. Verso la fine degli anni Venti alcune soluzioni pittoriche di controluce e sovraesposizione luminosa si spiegano solo guardando alle incisioni realizzate prima. La lastra diventa quindi un luogo di sperimentazione che anticipa soluzioni poi trasferite sulla tela, un rapporto di reciprocità fra le due tecniche più che una gerarchia.