Mazzola chi? La voce nascosta degli antiquari: quando la passione per lo studio di un artista ci travolge.

9 ottobre 2018 | La voce degli antiquari

Mazzola chi?

Di Emiliano Orsini

“Era arrivato il momento di scegliere l’argomento della mia tesi. Anni prima in casa mia era circolato un fondo di disegni che mio padre vendette a una importante istituzione pubblica. E prima ancora ricordo un ritratto di rara intensità di un attempato gentiluomo, elegantissimo. Ma era un particolare, di una tenerezza sconfinata, che aveva sempre attirato la mia attenzione. Sul lato sinistro del quadro faceva capolino il musetto di un cane, placidamente adagiato sulla gamba del padrone. Per non parlare di quell’altro ritratto, in realtà un autoritratto, che faceva pensare a un bassorilievo antico. Tutte queste opere avevano un unico autore: Giuseppe Mazzola, pittore neoclassico valsesiano. Era fatta. Chi meglio del pittore di casa – come mio padre lo aveva soprannominato – poteva diventare l’oggetto della mia tesi? Presentai l’idea al mio relatore, che accettò di buon grado la proposta. In fondo non esisteva ancora uno studio approfondito sull’artista. “Mazzola chi?” commentavano gli amici a cui riferivo che, finalmente, la mia tesi era in rampa di lancio. E i paragoni col calcio furono presto serviti. “Non sapevo che il numero 10 della mitica Inter di Herrera facesse anche il pittore” e giù a ridere. Un tale che masticava un poco d’arte, arrivò a dire: “Ah Mazzola, il noto muralista messicano rivale di Rivera”, incrociando il ricordo del dualismo tra i due fantasisti della Nazionale al mondiale di Messico 70 con Diego Rivera, genio dell’affresco e amante di Frida Kahlo. “Mazzola chi?” rispondevo io. “Quello che da un paesino dell’Alto Piemonte arrivò fino a Roma e divenne allievo prediletto niente meno che di Mengs e Von Maron. Quello che fu pittore di corte a Torino. Quello che va annoverato tra i protagonisti della Milano neoclassica, secondo solo ad Appiani nell’arte del ritratto. Quello che, baciato da un talento non comune, persa la mano destra cominciò a dipingere con la sinistra come se niente fosse…”. Insomma, un dialogo tra sordi. Iniziò comunque un anno di rara intensità, di studi, ricerche e incontri. Di questi ultimi, soprattutto, conservo un indelebile ricordo. A Valduggia, il paese natale di Mazzola, conobbi una ragazza, che di mestiere faceva l’impiegata ma aveva un passione viscerale per il Mazzola, tanto da aver scoperto alcuni inedite ma cruciali notizie sulla sua vita. Non smetterò mai di ringraziarla. Come non posso dimenticare il collezionista ugualmente innamorato che mi raccontò di aver pianto di gioia per essersi aggiudicato a una piccola asta un ritratto che solo lui aveva riconosciuto essere opera del Mazzola. E potrei continuare per pagine e pagine a descrivere il sorprendente amore per l’artista e per l’arte in generale che durante quel periodo letteralmente mi travolse e che mi convinse definitivamente a intraprendere questo mestiere, non prima di aver reso un umile omaggio in forma di tesi a quel piccolo grande pittore, tesi che, prima o poi, con un adeguato aggiornamento, vorrei pubblicare. Con buona pace degli interisti nostalgici e degli aficionados dei muralisti messicani.” Emiliano Orsini

 

 

Nella foto Giuseppe Mazzola (1748-1838) Ritratto di Giuseppe Antonio Petrolini, 1802-1804, olio su tavola, 79 x 57 cm. Torino, GAM

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